mercoledì

Ipocondria

a cura di Enrico de Sanctis

Generalmente l'ipocondria è considerata una malattia immaginaria. Al di là delle classificazioni manualistiche che si possono trovare su internet in abbondanza, per la mia esperienza la definizione di ipocondria include in linea di massima due casi principali: 
  1. la persona è preoccupata per la propria salute e si insospettisce ad ogni minimo malessere fisico, interpretandolo in modo catastrofico. Gli esami clinici non rilevano disturbi fisici e per questo motivo il medico propone un consulto psicoterapeutico.
  2. la persona è spaventata di contrarre malattie ed evita di esporsi in situazioni che ritiene potenzialmente pericolose per sé.
Penso che sia molto importante dare ascolto ai propri sintomi e alle proprie paure, questa è una regola generale che è sempre necessario ricordare.
Anche quando ci viene detto che siamo esagerati, come la definizione stessa di ipocondria come malattia immaginaria suggerisce.
Non è per niente utile, infatti, sviluppare un senso di inadeguatezza o colpa nella persona sofferente di ipocondria. Non ha alcun valore dire alla persona che non è capace di gestire i propri disturbi, che non ha nessun disturbo, oppure ancora che non deve avere paura di contrarre malattie. 
Anche se siamo in buona fede, con l'obiettivo di rassicurare la persona, prenderemmo una strada priva di senso e controproducente.

Senz'altro dare ascolto ai propri sintomi e alle proprie paure non vuol dire fare esami clinici all'infinito, mantenere uno stato d'ansia permanente e un'attenzione continua al proprio corpo senza che ci sia un cambiamento. Cosa fare quindi?
Nel caso dell'ipocondria, in particolar modo, è utile riflettere su diversi elementi. Bisogna ricordare che ogni situazione va compresa singolarmente e che ci sono molti dettagli e sfumature che è necessario prendere in considerazione, con un approfondimento clinico e una consultazione psicologica.

Tuttavia in questo articolo, scelgo di sottolineare un aspetto che ritengo fondamentale dell'ipocondria e che voglio condividere con il lettore.
Nel caso delle persone che sono continuamente preoccupate di un loro sintomo fisico, certamente dopo aver fatto gli esami medici che scongiurano qualsivoglia disturbo di seria rilevanza, potrebbe essere utile porsi due domande:
  1. Come mai il sintomo è localizzato in un punto del corpo in particolare? E se il sintomo non è pervasivo, quando si acuisce, in che circostanza?
  2. L'attenzione così pregnante e selettiva sul sintomo del corpo è un modo per distogliere l'attenzione da vissuti problematici di tipo psicologico che ci angoscerebbero ancora di più? Sarebbe cioè l'ipocondria un modo di localizzare nel corpo un dolore psichico, che è così grande, che ci farebbe troppo male accettare? Sarebbe cioè questo un tentativo di risolvere tramite la medicina un problema di cui invece dobbiamo farci carico noi?
Anche nel caso delle persone che hanno una costante paura di ammalarsi, potremmo chiederci la stessa cosa: la paura è un'emozione che protegge da un reale pericolo o rischio di contrarre una malattia oppure la malattia consente di localizzare in sé la propria paura, che invece riguarda vissuti psicologici di altro tipo?

Anche se, come dicevo, ogni storia è a sé, proviamo a fare un esempio: una persona sente che intorno a sé nessuno la comprende, si sente particolarmente criticata, mai amata. A causa delle sue esperienze negative con gli altri, nel corso del tempo, ha imparato a mantenere le distanze da loro e non si abbandona mai a un rapporto di fiducia e di amore. Sviluppa un senso di diffidenza. 
Non riuscendo a fare i conti con questo malessere, la persona può cercare un modo per distogliere l'attenzione da questo dolore profondo, da questo senso di mancanza drammatico. La persona ha la necessità di trovare dei rimedi che leniscano questa sofferenza, anche se non sono realmente efficaci. In genere le soluzioni possono essere quelle di riempire quel vuoto, con l'illusione di avere un po' d'amore. 
Tanto per fare un esempio, elementi lenitivi, sostitutivi e riempitivi, potrebbero essere: il cibo deprivato del suo valore di nutrimento e gusto, il lavoro continuativo per non pensare, il sesso meccanico deprivato del suo valore relazionale ed emotivo, i soldi come riscatto di un immagine di sé altrimenti impoverita e priva di valore, 
l'uso di droghe e alcol come aspetto centrale e necessario quando si esce con gli amici ad esempio.
E come con questi elementi, anche con l'ipocondria la persona sta trovando il suo rimedio: sposta sul corpo e sulla malattia fisica un dolore che non riesce a tollerare né ad affrontare. Concentra tutta la sua attenzione sul corpo in modo da lenire il proprio dolore psichico e fingere di curarlo, anche se questo non può avvenire mai. In realtà si protegge da una verità intollerabile, angosciosa e terribilmente frustrante. E non si accorge che, non affrontandola, non potrà mai cambiare.

La persona, infatti, mantiene un suo equilibrio: non fa i conti con il dolore della mancanza, continua a evitare gli altri perché sarebbero fonte di dolore e come sempre la tradirebbero, convoglia la sua attenzione in cose apparentemente più gestibili, riempiendo così il suo senso di vuoto. In questo modo si protegge dal dolore, ma allo stesso tempo non avrà mai accesso alla possibilità di sviluppare un senso di fiducia in sé e negli altri, magari in qualcuno di speciale. Non avrà modo di trasformare la sua diffidenza.

Il rischio dell'ipocondria è proprio la stabilità del suo equilibrio, che pur proteggendo la persona, impedisce un cambiamento e nega all'individuo la possibilità di darsi una nuova occasione di vita per sé, insieme agli altri.

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
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